PRIVATE CITY


Il cittadino smart, deve essere libero di muoversi fisicamente e virtualmente nella propria città connessa. La conquista della libertà nello spazio fisico, è una prerogativa che prescinde dal concetto di Smart City, ma quando il fisico si sovrappone al virtuale, si è soggetti agli stessi rischi: la libertà (sia essa fisica o virtuale) rischia di essere appiattita e sminuita in una società in cui le scelte sono limitate alle offerte di prodotti che ci vengono proposti. Un senso simile di libertà, è affrontato da Marcuse nella sua opera “l’uomo ad una dimensione“, in cui il filosofo tedesco, tira in ballo direttamente la tecnologia, che sostituisce i veri bisogni umani creando alternative artificiose, racchiudendo e limitando così la scelta dell’uomo, in una sorta di democratica non-libertà. Quando la scelta, secondo Marcuse, viene democraticamente affidata alla collettività, ma quando ad essa non si danno gli strumenti per valutare in maniera indipendente le valide alternative, si sfocia nel conformismo, e in quella che il filosofo chiama “tolleranza repressiva”, cioè quando la libertà va a coincidere con il permissivismo.
La libertà nello spazio virtuale, nei servizi e nelle applicazioni quindi, non è scontata, va conquistata, e pensare di averla già ottenuta, è un errore che potremmo pagare a caro prezzo, anche discapito anche della nostra libertà “fisica”. Quello che sostiene Evgeny Morozov nel suo intervento all’Università di Rotterdam intitolato: “Smart City as the transition point for the private city“, è il rischio che la Smart City, faccia da ponte alla Private City. Con il nichilismo che lo contraddistingue, Morozov fa riflettere su come i dati prodotti da una Smart City, sulle nostre abitudini e i nostri gusti, possano servire ad alimentare i Big Data. In una visione del genere, la Smart City diventa una sorta di Facebook a cielo aperto, se il virtuale stenta ad entrare nel reale, sono i cittadini ad andare incontro a braccia aperte verso il virtuale, a diventare sempre più malleabili, influenzabili, riprogrammabili. È molto più difficile per un software aggirare i paletti imposti dai vincoli umani, che per un umano, adeguarsi ai limiti del software, e per Morozov, il rischio a cui sarebbero soggetti i cittadini in una Smart City, è proprio questo: essere loro ad adeguarsi alla tecnologia della città, e non la tecnologia a venire incontro ai reali bisogni delle persone. Per il sociologo bielorusso il centro connesso di una Smart City, potrebbe essere preda di una colonizzazione egemonica da parte dei colossi dell’ICT, un enorme centro di raccolta e rivendita di dati, in cui i cittadini ne sono le vittime e gli artefici. Morozov porta ad esempio applicazioni come AirB&B, che sotto il vessillo della “libertà di servizio” emarginerebbero i normali cittadini alle periferie urbane, poiché gli immobili in centro sarebbero prestati al servizio delle app, in nome della gratuità, della libertà e della facilità e dalla convenienza del servizio.
La guardia deve rimanere alta, e la consapevolezza circa lo sviluppo di una Smart City, non può e non deve risolversi banalmente ed esclusivamente in aspetti di natura tecnica, ma anche in riflessioni di natura teorica e filosofica.