Terminillo 2021

 

Il suono del telefono mischiato al freddo della stanza mi sveglia dal torpore mattutino, sono le 7.30 e da quando ho dovuto chiudere il negozio in realtà potrei prendermela molto più comoda ma le brutte abitudini sono dure a morire.

Mi siedo sul letto cercando con lo sguardo la vestaglia, il termometro sulla parete segna 8.0° e rifletto malinconicamente su come sia potuto arrivare a considerare il riscaldamento tradizionale con i termosifoni un bene di lusso. Il sole filtra dalla serranda e illumina pallidamente una stanza ormai priva di calore e soprattutto di speranza. Individuata la vestaglia riesco a prendere coraggio, ad alzarmi per accendere il caldobagno e a lavarmi. Temporeggio fino all’ultimo secondo, devo cercare di risparmiare più kW possibili, ci avevano promesso degli aiuti per la luce e il gas ma l’accordo evidentemente deve essersi incagliato in qualche ufficio di fantozziana memoria.

“Lavarsi con l’acqua fredda tonifica e fa bene alla pelle” scambierei volentieri la mia routine mattutina con uno qualsiasi di questi guru da rotocalco settimanale.

Mi vesto in fretta, se riesco ad arrivare primo per la colazione forse posso accaparrarmi il posto vicino alla stufa. Uscito di casa un vento freddo e secco si infila fra il cappello e le mie due maglie di lana, Goretex è diventata una parola straniera stampata sui vestiti dei pochi alieni che decidono di atterrare qui la domenica mattina parcheggiando le loro grosse astronavi luminose ai piedi di sentieri panoramici. Appena sbarcati dopo essersi raggruppati grazie all’ausilio di strani richiami che ricordano curiosamente delle grida da mercato dell’antica Roma, questi pittoreschi esseri effettuano il loro giro di ricognizione, così da poter documentare con centinaia di foto la vastità del     panorama e lo stato di abbandono in cui versa la nostra ormai arida terra. Le allegre creature aliene inoltre, si nutrono con dello strano cibo avvolto in quello che sembra essere dell’argento vivo, per poi risalire subito dopo nell’astronave e ripartire di gran carriera verso il proprio pianeta d’origine fatto di luci, rumori e odori di cui evidentemente non possono fare a meno se non per mezza giornata.

Cammino lungo la strada abbandonando i pensieri impuri, cercando di sostituire la parola tabù (quella che inizia per “tur” e finisce per “ismo”) con l’idea di un caffè bollente. Per ingannare il tempo, i metri e il freddo, conto le buche del porfido lungo la strada principale fino alla piazza, giù alla sala comune la settimana scorsa stava scoppiando una rissa tra chi riteneva fossero 38 e chi ne aveva contate 40. Stamattina ne ho contate 42 ma non ho intenzione di dirlo a nessuno, non ho le forze per litigare su un argomento così delicato.

La “sala comune” è l’unico posto dove è possibile fare colazione (in realtà anche l’unico posto dove è possibile scaldarsi bene, pranzare e cenare), è una stanza che in un passato lontano lontano serviva a politici di ogni ordine e grado per racimolare qualche voto illustrando progetti di rilancio e promettendo nuovi impianti di risalita, tanti turisti, lampioni funzionanti e fiori per l’estate. Ora la sala funge da riferimento per le poche persone rimaste e per mettere insieme gli aiuti che ci arrivano dalla città. Sono sparite quasi tutte le sedie per lasciare il posto ai tavoli e una grande stufa a legna ha preso il posto del palco per i comizi riuscendo con pochi ciocchi a mantenere più promesse facendo anche meno baccano.

Vedo che il posto vicino alla stufa è libero, molto bene, l’impiegato che ci hanno mandato questa settimana sembra non essere particolarmente felice della sua situazione, chissà di quale atroce colpa si sarà macchiato da dover espiare con una settimana di lavoro in questo paese dimenticato da Dio. Pensare che una volta lavorare qui veniva considerato quasi un premio. Comunque mi accorgo che ha svolto il suo lavoro in modo abbastanza soddisfacente, il caffè ha una tonalità di nero accettabile e le merendine non sembrano la donazione del solito discount, ma di un supermercato per ricchi, uno di quelli con la tessera socio.

La sala è quasi vuota, chi è riuscito a buttarsi tutto alle spalle e a trovare un buon lavoro a valle difficilmente viene a deprimersi qui di prima mattina, preferisce scendere dieci minuti prima e fare colazione in un bar, iniziando la giornata come un vero essere umano.

Prendo una tazza di caffè e una merendina glassata, una di quelle con talmente tanto olio di palma da far morire dall’altra parte del mondo un vero amante della natura ad ogni morso da me dato.

Mentre cerco di distinguere la marca del caffè solubile che sto sorseggiando, conto le persiane chiuse del grande condominio davanti alla finestra, la vera sfida ormai non si gioca sul numero di finestre chiuse, ma sul numero di cartelli “vendesi” appesi su esse.

Tornando con la mente sulla colazione spinto dalla voglia di provare quei biscotti al cioccolato secco, mi cade l’occhio su uno dei quotidiani buttati sul grande tavolo centrale, li hanno portati questa mattina ma il più recente è di tre giorni fa, in prima pagina “Terminillo: al via l’ultima fase della revisione della terza rimodulazione del progetto di rilancio TSM”.  Mi alzo lentamente e mi muovo verso il tavolo per prenderlo, lo afferro senza nemmeno vederlo, poi come un riflesso automatico mi giro verso la grande stufa a legna la apro e getto dentro il giornale. Ora la carta sta prendendo lentamente fuoco, la guardo prima annerirsi, poi iniziare a bruciarsi, prendendo   quella tonalità di rosso che solo una buona brace di faggio può dare.

Torno a sedermi contemplando la scena con una certa ironia, “per quanto riguarda le promesse andate in fumo” penso “questa grande sala non tradisce mai le aspettative”.

Terminillo, inverno 2021

A.

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