destino Comune

Rieti ed i reatini si lasciano alle spalle queste elezioni amministrative 2017 con molti strascichi polemici. Non voglio ritornare in questa sede sul livello della campagna elettorale, e non ho alcuna intenzione di approfondire la sportività della squadra perdente o di quella vincente in relazione ai rispettivi ruoli. Quello di cui abbiamo bisogno ora, come città e come cittadini, secondo me (secondo una mia opinione, che non è una verità assoluta) è trovare un “destino comune“.

Proverò quindi a spiegare brevemente, quello che in psicologia sociale, viene detto “scopo sovraordinato“. L’esperimento di seguito può essere, a mio avviso, facilmente interpretabile e sovrapponibile alla realtà politica e civile di Rieti, quindi mentre ne leggerete la descrizione, potrete fare i vostri parallelismi.

L’esperimento da cui derivano i cosiddetti scopi sovraordinati, viene condotto in un campo estivo per ragazzi  in Oklahoma chiamato Robbers Cave, tra il 1949 e il 1959, dallo psicologo Muzafer Sherif. Cercando di tralasciare tutta la noiosa parte teorica alla base della psicologia sociale, passerò direttamente alla descrizione dello studio, che comprendeva un campione di ragazzi bianchi di circa 12 anni, i quali non si conoscevano tra di loro prima di arrivare al campo e ovviamente non sapevano che durante il campo estivo sarebbero stati osservati da psicologi sociali.

L’esperimento si suddivideva in 3 fasi:

  1. formazione del gruppo: dopo una prima settimana di studio, gli psicologi procedono alla formazione di due gruppi distinti, avendo cura soprattutto di dividere i ragazzi che già avevano legato in qualche modo e si consideravano amici. Dopo un periodo di attività volte a favorire la coesione all’interno dei due gruppi, emersero dei leader, e  vennero dati  dei nomi ai gruppi (“le aquile” e “i serpenti a sonagli”), così da  aumentare nei ragazzi il senso di identità e di appartenenza al proprio gruppo;

  2. conflitto di gruppo: appena i gruppi iniziarono a prendere coscienza della loro identità, iniziarono a chiedere ai sorveglianti del campo di poter organizzare sfide e competizioni. Si iniziò a creare “la competizione tra intergruppi“, organizzando tornei di tiro alla fune, caccia al tesoro, di baseball, ecc…, promettendo ai vincenti un coltellino tascabile, mentre i perdenti non avrebbero ottenuto nulla. Si sviluppò così un aspro conflitto tra i due gruppi,  che passarono da una relazione di “indipendenza reciproca” ad una di “interdipendenza negativa“, in cui un gruppo guadagnava quello che l’altro perdeva. In questa fase le precedenti simpatie individuali tra i membri appartenenti ora a gruppi diversi, vennero completamente annullate, i gruppi si trasformarono in vere e proprie “bande rivali”, ci furono episodi di vandalismo, atti di violenza, si bruciò la bandiera di un gruppo che aveva perso una sfida, si acclamavano i compagni di squadra, e si insultavano pesantemente gli avversari. Queste dinamiche portarono ad aumentare la coesione all’interno dello stesso gruppo e quando venivano organizzati giochi in cui era necessario esprimere un giudizio sui membri di uno o dell’altro gruppo, furono registrati grossi favoritismi in favore dei membri appartenenti al proprio gruppo;

  3. riduzione del conflitto: per cercare di ridurre il conflitto tra i due gruppi, gli sperimentatori provarono dapprima ad aumentare  la conoscenza reciproca, e ravvivare le amicizie incrinate tra i ragazzi ormai “avversari”, legando questi contatti personali a momenti piacevoli (cinema, pranzi insieme, fuochi d’artificio). Queste occasioni tuttavia non fecero altro che acuire i conflitti, trasformando ad esempio i pranzi in guerre di cibo: ogni momento di contatto si trasformava in una occasione per riaccendere i dissidi. Gli sperimentatori allora introdussero degli “scopi sovraordinati“, che era interesse di entrambi i gruppi proseguire, e che necessitavano per cause di forza maggiore una cooperazione tra i due gruppi: ad esempio si fece in modo che si rompesse l’autobus su cui entrambi i gruppi viaggiavano proprio in prossimità dell’ora di pranzo, ed i ragazzi per mangiare (scopo sovraordinato) dovettero collaborare in un tiro alla fune con il mezzo; si provocò una rottura alla conduttura di acqua potabile, ripristinabile solo attraverso uno sforzo congiunto; si propose la visione di un film molto in voga e molto costoso, così da costringere i ragazzi a raccogliere insieme i soldi per il noleggio. La tendenza spontanea competere aspramente appena divisi in gruppi, ed a favorire il proprio “ingroup”, si risolse solo introducendo un destino comune a tutte e due i gruppi. Inoltre la nuova modalità di relazione basata sulla cooperazione tra gruppi diversi, e non più sull’ostilità, una volta acquisita, tendeva a rimanere stabile.

Per la teoria del confronto sociale (Festinger 1954), noi  giudichiamo il prestigio e il valore che attribuiamo al nostro gruppo soprattutto mettendolo a confronto con gli altri. L’esito di questo confronto è fondamentale perché da esso deriva la nostra autostima, al punto che i successi (“ha vinto la Ferrari!”) o le sconfitte (“ha perso la Juve…”), del nostro gruppo di appartenenza  possono farci vivere di luce riflessa.

Quello che auspico è il superamento dei macro-conflitti stile “cartelli messicani della droga” e una cooperazione in termini di scopi sovraordinati. Questa cooperazione non chiama in causa solo la politica istituzionale, ma anche quella cittadina. La spaccatura della cittadinanza in tre gruppi: Cicchetti, Petrangeli, astenuti, fa solo del male a tutti e tre i componenti degli schieramenti, e può essere superata non solo cercando maggiori punti di contatto, o una maggiore conoscenza reciproca, che anzi potrebbero alimentare le occasioni di scontro, ma avendo soprattutto un orizzonte di interessi comuni.

Attenzione ora a non confondere una comunione di intenti, con una omogeneizzazione di idee, sarebbe quanto di più irrealizzabile e di sbagliato da chiedere alla cittadinanza. Le differenze culturali ed ideologiche (al contrario di quelle sociali) vanno mantenute ed alimentate: un confronto “sano” (e per sano intendo almeno tutto ciò che riesce a mantenersi sotto la linea dell’insulto personale tanto per iniziare), può portare sicuramente a dei contenuti più ricchi, ed a delle proposte più strutturate.

Il rischio a questo punto, è quello di cadere nel qualunquismo delle chiacchiere bar, o nella “supercazzola”: «punteremo al benessere cittadino», «faremo una opposizione costruttiva e vigile», «ripartiremo dagli errori e ci dichiariamo aperti al dialogo con la cittadinanza», ecc ecc… Di frasi fatte che dicono tutto ma non significano nulla potrei scriverne a centinaia. Uno scopo sovraordinato, deve essere un progetto concreto, una linea di interventi in una determinata area, un traguardo difficile ma identificabile e raggiungibile. Per comodità e per vicinanza a me viene in mente il Terminillo, e nello specifico la cura e lo sviluppo del paese di Pian de Valli, che non può e non deve trasformarsi in uno scontro o in una rappresaglia in questo delicato momento. Il Terminillo è solo un esempio, il concetto si deve estendere a tutto il territorio comunale. Quindi per evitare sofismi inutili, la Politica (e qui intendo le istituzioni politiche) ha il difficile compito di proporre azioni concrete che possano fungere da destino comune trasversale agli schieramenti politici, e la cittadinanza ha  secondo me, il dovere di collaborare in nome di uno scopo più alto di quello dell’immediato tornaconto personale.

L’unico modo per poter superare  questo clima da guerra civile tra bande rivali, è quello di lasciare da parte i vecchi conflitti, legati a storie ed ideologie del passato, ed individuare e cooperare per uno scopo sovraordinato. Senza la creazione e la condivisione di un destino comune, i conflitti tra il nostro gruppo di appartenenza (ingroup), e gli altri (outgroup), non si potranno mai risolvere, e il nostro “campo estivo” rimarrà di nuovo senza intrattenimento, senz’acqua e  senza autobus.

A. A.

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