#Foodporn

Il romanticismo, le lunghe attese prima di poter assaporare finalmente il piacere e l’intimità nella quale esso viene consumato sono “old”. Non conta quanto amore o quanta buona volontà abbia messo nella pratica, conta solo che il risultato sia bello, desiderabile, accenda fantasie irraggiungibili e che sia condiviso. Il godimento istantaneo, racchiuso in uno scatto, in un’immagine che oscura tutta la fase dell’ideazione, del corteggiamento e della preparazione, è di gran moda. Non sto parlando di sesso, anche se il desiderio e la pulsione scatenata sono molto simili ma di una nuova forma di porno racchiuso sotto il tag #foodporn.

Secondo uno studio effettuato da Ypulse, il 63% delle persone in età compresa tra i 13 e i 32 anni, posta sul proprio profilo social la foto di ciò che sta mangiando, mentre il 57% di loro, informazioni riguardo il piatto che ha davanti. I “foodstagrammer” incarnano perfettamente questa filosofia, si tratta di utenti di Instagram, che postano foto dei piatti prima di assaporarli, sul proprio profilo. La condivisione e la glorificazione di un’istantanea sul cibo però, non è appannaggio esclusivo di Instagram ma di tutti i social network, oltre che di blog, di riviste cartacee e dei media più datati come la TV. Secondo la Coldiretti italiana una delle associazioni sulla difesa e l’autenticità dei prodotti alimentari, in uno dei più grandi paesi di buongustai, si tratta di un vero e proprio disturbo di natura ossessiva compulsiva.

Si può dare spazio a molte interpretazioni del fenomeno, le più valide secondo chi scrive, si muovono parallelamente alla metafora della sfera sessuale. Il cibo e il sesso, sono i due fattori principali che permettono la sopravvivenza della nostra specie. Gola e lussuria nell’immaginario collettivo e nelle Sacre Scritture, sono due dei sette peccati capitali e il loro giro d’affari oltre che ad essere molto grande, ha molte similitudini. Come per il sesso il marketing legato all’industria del cibo fa leva sulle grandi star della TV e sul loro “Food Appeal”. Gordon Ramsay la nuova Kim Kardashian? Forse. Vorrei cucinare come lui, vorrei fare un piatto bello e buono come il suo, vorrei potermi permettere di andare al suo ristorante. Quando non ci riesco posso andare in un ristorante in base alle mie disponibilità economiche, pagare quello che posso, per procurarmi quello che da solo non riesco a fare, per poi immortalarlo con il mio smartphone cosicché gli altri possano vedere quanto io sia più fortunato di loro, quanto sia arrivato in alto sulla scala sociale e sentirmi appagato. L’atto è stato consumato. Ovviamente non può mancare la sigaretta di fine rapporto, che in questo caso è incarnata dai filtri da applicare alla foto.

Il piatto postato con il classico #foodporn può essere lo specchio di discriminazioni sociali, proprio come accaduto in passato per la pornografia di tipo sessuale, in cui venivano proiettati i classici stereotipi per dare piacere ai desideri del tipico maschio bianco occidentale. I trend nel cibo in questo caso premiano, oltre che la bellezza, l’esoticità: più una pietanza è costosa, bella e difficile da reperire, più alto sarà lo status sociale rispecchiato. La galassia dei siti sul foodporn inoltre, è divisa in categorie, in base a pulsioni “golose”, molto simili a quelle del corrispettivo sessuale: Asian per il sushi, Amateur per i piatti dei cuochi amatoriali, Hardcore principalmente per le gite fuori porta, Celebrities per i piatti delle persone famose e cosi via.

Come per la pornografia di stampo sessuale, si finirà con il vedere i piatti come un esclusivo oggetto di piacere per un ego mai del tutto appagato? Forse siamo “semplicemente” di fronte al disturbo alimentare del nuovo millennio.

A.A.

INC Amsterdam University of Applied Sciences 19/04/2017

(Versione inglese)

destino Comune

Rieti ed i reatini si lasciano alle spalle queste elezioni amministrative 2017 con molti strascichi polemici. Non voglio ritornare in questa sede sul livello della campagna elettorale e non ho alcuna intenzione di approfondire la sportività della squadra perdente o di quella vincente in relazione ai rispettivi ruoli. Quello di cui abbiamo bisogno ora, come città e come cittadini, secondo me (secondo una mia opinione, che non è una verità assoluta) è trovare un “destino comune“.

Proverò quindi a spiegare brevemente, quello che in psicologia sociale, viene detto “scopo sovraordinato“. L’esperimento di seguito può essere, a mio avviso, facilmente interpretabile e sovrapponibile alla realtà politica e civile di Rieti, quindi mentre ne leggerete la descrizione, potrete fare i vostri parallelismi.

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Rieti DC

Il turno di ballottaggio si avvicina, e visto come sono andati gli eventi, mi pare doveroso fare un riassunto degli avvenimenti accaduti e esternare alcune mie riflessioni circa questa tornata elettorale.

Vorrei innanzitutto far presente a tutti i candidati sindaco (al ballottaggio e non), che Rieti per quanto bella e importante possa essere, non è Washington DC e forse qualcuno confonde il Palazzo Comunale con la Casa Bianca. La campagna elettorale, per chi non lo avesse ancora capito, non è per la presidenza degli Stati Uniti e i posti intorno al sindaco non sono quelli intorno al presidente Trump: non avremo nessun Capo di Stato Maggiore della Difesa e nessun giudice della Corte Suprema. Mi chiedo quindi il motivo di questa sfrenata corsa alle poltrone, che nemmeno i bambini dell’asilo quando giocano a “bussa orologio” fanno con così tanta enfasi.

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PRIVATE CITY


Il cittadino smart deve essere libero di muoversi fisicamente e virtualmente nella propria città connessa. La conquista della libertà nello spazio fisico, è una prerogativa che prescinde dal concetto di Smart City ma quando il fisico si sovrappone al virtuale, si è soggetti agli stessi rischi: la libertà (sia essa fisica o virtuale) rischia di essere appiattita e sminuita in una società in cui le scelte sono limitate alle offerte di prodotti che ci vengono proposti. Un senso simile di libertà, è affrontato da Marcuse nella sua opera “l’uomo ad una dimensione” in cui il filosofo tedesco tira in ballo direttamente la tecnologia che sostituisce i veri bisogni umani creando alternative artificiose racchiudendo e limitando così la scelta dell’uomo in una sorta di democratica non-libertà. Quando la scelta, secondo Marcuse, viene democraticamente affidata alla collettività, ma quando ad essa non si danno gli strumenti per valutare in maniera indipendente le valide alternative, si sfocia nel conformismo e in quella che il filosofo chiama “tolleranza repressiva”, cioè quando la libertà va a coincidere con il permissivismo.
La libertà nello spazio virtuale nei servizi e nelle applicazioni quindi, non è scontata, va conquistata e pensare di averla già ottenuta è un errore che potremmo pagare a caro prezzo anche discapito anche della nostra libertà “fisica”. Quello che sostiene Evgeny Morozov nel suo intervento all’Università di Rotterdam intitolato: “Smart City as the transition point for the private city“, è il rischio che la Smart City, faccia da ponte alla Private City. Con il nichilismo che lo contraddistingue Morozov fa riflettere su come i dati prodotti da una Smart City sulle nostre abitudini e i nostri gusti, possano servire ad alimentare i Big Data. In una visione del genere, la Smart City diventa una sorta di Facebook a cielo aperto, se il virtuale stenta ad entrare nel reale, sono i cittadini ad andare incontro a braccia aperte verso il virtuale a diventare sempre più malleabili, influenzabili, riprogrammabili. È molto più difficile per un software aggirare i paletti imposti dai vincoli umani che per un umano adeguarsi ai limiti del software, e per Morozov, il rischio a cui sarebbero soggetti i cittadini in una Smart City, è proprio questo: essere loro ad adeguarsi alla tecnologia della città, e non la tecnologia a venire incontro ai reali bisogni delle persone. Per il sociologo bielorusso il centro connesso di una Smart City, potrebbe essere preda di una colonizzazione egemonica da parte dei colossi dell’ICT, un enorme centro di raccolta e rivendita di dati, in cui i cittadini ne sono le vittime e gli artefici. Morozov porta ad esempio applicazioni come AirB&B, che sotto il vessillo della “libertà di servizio” emarginerebbero i normali cittadini alle periferie urbane poiché gli immobili in centro sarebbero prestati al servizio delle app in nome della gratuità, della libertà e della facilità e dalla convenienza del servizio.
La guardia deve rimanere alta e la consapevolezza circa lo sviluppo di una Smart City, non può e non deve risolversi banalmente ed esclusivamente in aspetti di natura tecnica, ma anche in riflessioni di natura teorica e filosofica.