Res cogitans e Res silicis

Recenti avvenimenti studi e riflessioni, mi hanno riportato indietro dalla vacanza mentale di qualche mese che mi ero concesso dopo il conseguimento della laurea in Scienze Cognitive. Di seguito riporto un paragrafo della mia tesi, per i riferimenti bibliografici specifici potete contattarmi in privato.

Co e Scienza

Il problema della coscienza è stato affrontato solo di recente dalla scienza cognitiva. Il rendere conto degli stati mentali dal punto di vista soggettivo e introspettivo, e legare tale analisi a una teoria generale sul funzionamento della mente non è semplice. La scienza cognitiva classica aveva semplicemente ignorato il problema, ma a partire dagli anni ’80, con la maturazione delle tecniche scientifiche di quella che è detta nuova scienza cognitiva, la critica data dalla spinta verticale sul rapporto mente-cervello, e la critica mossa dall’espansione orizzontale sul rapporto mente-mondo, hanno riaperto la strada alla critica sul rapporto mente-soggetto. Essere coscienti è essere consapevoli del proprio stato mentale, e secondo quella che viene concettualizzata come “lacuna esplicativa” o “explanatory gap” (Levine, 1984), le teorie cognitive attuali ci spiegano tuttalpiù il “come” riusciamo a trovarci in un determinato stato mentale, ma non il “perché” quel preciso correlato neurale debba far emergere quello specifico processo mentale.

Le teorie classiche funzionaliste, incarnano la simbolizzazione della realtà attraverso processi computazionali, e considerano il linguaggio mentale come una relazione fisica di processi mentali, realizzabile a prescindere dalla base materiale presa in considerazione (Putnam, 1967), in questa ottica la analogia hardware-software, incarna la visione di mente come macchina virtuale tipica delle teorie computazionali, ma non sembra però risolvere il problema della dimensione soggettiva dell’esperienza. Per il funzionalismo computazionale la coscienza potrebbe anche non esistere, e le teorie della scienza cognitiva classica, non lasciano spazio al ruolo dell’esperienza in prima persona.

I modelli tipici della nuova scienza cognitiva, come quelli  connessionisti di reti neurali invece operando su pattern subsimbolici, danno una visione riduzionista o eliminativista degli eventi mentali, come stati della stessa rete, cercando di incorporare una visione biologica nei propri modelli, riconducendo al funzionamento del cervello il funzionamento della mente.

Di Francesco (2002) in un capitolo intitolato “Ontologia della Mente”, dedica ampio spazio al tema della mente-coscienza, e spiega come l’esito di tale dibattito, anche alla luce delle scoperte e dell’evoluzione della nuova scienza cognitiva non sia affatto scontato, individuando una serie di questioni filosofiche per lui non eludibili qui di seguito riassunte: la capacità dei modelli computazionali o neurobiologici di rendere conto della natura della coscienza individuale; il problema della validità del concetto di un “io” concepito come soggetto unitario di esperienza; il rapporto tra i risultati della nuova scienza cognitiva e la psicologia ingenua, e quindi il modo in cui guardiamo l’interiorità nostra e degli altri.

L’approccio alla risoluzione del “problema” della coscienza, come si è visto è tornato a riempire le agende degli scienziati cognitivi. La sua riproposizione è spinta anche dai progressi nel campo della ricerca empirica, poter vedere come lavora il cervello in determinate condizioni attraverso EEG, fMRI, e poter così analizzare le cariche elettriche che passano attraverso i nostri neuroni o le zone ematiche che si attivano in esso. Dagli esperimenti di natura tecnologica a quelli di natura psicologica (in A. R. Mele 2015), la tendenza sembra quella di intraprendere una strada che porta alla dissoluzione dell’io unitario, frammentando così la coscienza in due o più “livelli” (a seconda del modello preso in considerazione).

Ricondurre, e poter ridurre l’esperienza soggettiva alle scienze “naturali” come fisica, chimica e biologia, pare essere visto come il modo più solido per poter spiegare il mondo.  Secondo Di Francesco (2002), la strategia più diffusa nel “naturalizzare” la mente è quella di dividere la coscienza dall’intenzionalità: se separati dalla loro componente intenzionale i contenuti della coscienza sono più facilmente racchiudibili nei paradigmi delle scienze naturali. Considerando non scientifico, o non pertinente per la scienza, il riferimento agli stati che prendono in considerazione l’aspetto qualitativo della coscienza, si cerca quindi di riferirsi a tali stati in termini di processi cerebrali, riducendo così il rapporto mente-cervello in termini di scienza naturale.

Le teorie neurocognitive più interessanti, vengono riassunte da Marraffa e Paternoster (2012) nello spazio dedicato alla coscienza nella terza parte del loro volume, dal titolo eloquente: “la coscienza: un problema difficile?”. La prima teoria analizzata Global Workspace Theory (Baars,1988), secondo cui la coscienza è come uno spazio di lavoro composto da sottosistemi di elaborazione specializzati, che negoziano di volta in volta il loro accesso al suddetto spazio, rendendo così l’informazione disponibile ed elaborabile (“globalmente”) per i diversi elaboratori di informazione. Un’interpretazione di questa teoria molto utile ai fini della neuroscienza cognitiva è quella di Dehaene et al. (2006), che ipotizza due spazi computazionali nel cervello con distinti pattern connettivi: un primo spazio è costituito dai dai sottosistemi di elaborazione descritti dalla GWT, operanti come elaboratori modulari tramite connessioni a medio raggio distribuite nella corteccia occipiti-temporale (ad esempio l’elaborazione del movimento, o del riconoscimento facciale); il secondo spazio (il cui correlato neuronale definisce l’accesso alla coscienza), viene definito come spazio di lavoro globale neuronale (GNWT), strutturato con dei neuroni collegati tramite connessione a lunga distanza, e operanti tramite connessioni top-down, un meccanismo che rende possibile agli elaboratori modulari di operare nello spazio di lavoro globale. Il luoghi a cui viene associato questo spazio sono l’area prefrontale, il cingolato, e le regioni parietali. La conferma empirica della teoria del GNTW viene data dallo stesso Dehaene et al. (2001), proponendo uno studio che attraverso un priming di mascheramento  utilizzando l’fMRI, confronta l’elaborazione lessicale conscia e inscoscia. L’esperimento consisteva nel proiettare una parola sullo schermo, da una “maschera” sotto forma di immagine (visual backword masking). In una condizione la maschera veniva proiettata dopo pochi millisecondi e impediva al soggetto di percepire la parola a livello conscio, nell’altra condizione la proiezione della maschera veniva ritardata a 50ms, dando così il tempo al soggetto di percepire consciamente la parola. I risultati ottenuti attraverso l’fMRI, hanno confermato l’ipotesi che durante la presenza di uno stimolo conscio, l’elaborazione cerebrale viene distribuita in più aree del cervello, durante l’elaborazione inconscia invece le aree cerebrali maggiormente interessate sono quelle della corteccia visiva.

Il problema riguardante il come le immagini riportanti sensazioni sensoriali dalle quale scaturisce il senso di vita cosciente vengano prodotte dal nostro cervello, e di come da esse si produca una sensazione di sé stessi sentendo il proprio “essere”, viene teorizzato da Antonio Damasio in “The Feelings of What Happens” (1999). Per il neuroscienziato portoghese la questione da risolvere è come si generi in noi questa sorta di “film” interno, e come il cervello riesca a dare senso alla sua trama. Per Damasio la coscienza ha un carattere graduale, e più che sostenere due “tipi” di coscienza, ritiene che vi possano essere due “livelli” di coscienza: la coscienza nucleare, che fornisce un senso di sé al presente; la coscienza estesa operante a diversi livelli e “gradi”, che fornisce l’identità elaborata della persona, dando anche una consapevolezza storica sul passato e una proiezione sul futuro. La coscienza nucleare secondo le sue caratteristiche potrebbe non essere ascrivibile soltanto al genere umano, mentre la coscienza estesa richiama strutture più complesse come quelle mnemoniche, e può essere verosimilmente potenziata dalla capacità di linguaggio e di autonarrazione. Entrambi i livelli di coscienza teorizzati da Damasio, potrebbero essere programmati artificialmente, sia al livello di una identità nucleare declinata al presente, sia ad un livello di identità autobiografica facendo uso di supporti di memorizzazione. Il punto che rimane ancora senza una soluzione è come si possa render conto delle emozioni artificialmente, dando un senso al “film” attraverso un altro “film”. Una visione che può essere considerata analoga a quella di Damasio, è quella proposta dal premio nobel per la medicina Edelman (1989), il quale considera e propone una coscienza primaria (che si occupa del presente), e una coscienza di ordine superiore (che raggruppa passato, futuro, e identità personale). Le funzioni cerebrali (nelle quali si identificano quelle cognitive) secondo Edelman si formano attraverso un processo selettivo, la sua teoria è riconducibile al darwinismo naturale, il quale punta a ricostruire in termini neurobiologici funzioni cognitive come categorizzazione percettiva, memoria e apprendimento. La categorizzazione percettiva secondo Edelman fa parte delle funzioni di quella che definisce come coscienza di ordine superiore. Per Edelman il cervello è organizzato in “mappe” (delle aree funzionali) e opera attraverso connessioni parallele bidirezionali. I gruppi neuronali una volta organizzati all’interno delle mappe, generano dei segnali che “rientrano” all’interno di esse insieme a quelli derivanti dalle percezioni sensoriali, questo rientro secondo Edelman porta ad una produzione di strutture più complesse chiamate “mappe globali”. La creazione di strutture cognitive “superiori” sarebbe possibile quindi grazie alla ricorsività e alla ricombinatorietà delle mappe globali che possono variare dinamicamente la propria struttura in base al tempo e al comportamento.

La critica che Chalmers muove a queste teorie riguarda l’impossibilità di tali modelli di spiegare la necessità di un vissuto in prima persona, ciò rientra in quello che il filosofo australiano definisce come “hard problem”. (ndr: Il problema individuato da Chalmers necessita di un’argomentazione adeguata che per motivi di spazio, non riporterò in questo estratto.)

Il punto interessante che accomuna tutte questi modelli, è la revisione che dovremmo essere portati a fare sulla nostra concezione di soggetto unitario, sull’accesso alla nostra introspezione, e quindi sulla nostra presunta libertà d’azione. La prova di questa sorta di dissoluzione del soggetto unitario, può essere data da alcune patologie e sindromi che metterebbero in discussione anche dal punto di vista empirico l’unità della coscienza, facendo emergere una pluralità o una scissione dell’io. Come riportato in Marraffa e Paternsoter (2012), la “sindrome da disconnessione interemisferica” (split brain) può essere un valido esempio di quanto appena detto. La suddetta sindrome, è dovuta alla lesione del fascio di fibre nervose che compongono i due emisferi cerebrali (il corpo calloso), questa sindrome viene riscontrata soprattutto dopo interventi chirurgici, volti a trattare ad esempio epilessie molto gravi quando le cure farmacologiche non bastano. La peculiarità scientifica che deriva da questa sindrome, è data dal fatto che nella vita quotidiana i soggetti interessati non riscontrano alcun problema dalla rimozione del corpo calloso del proprio cervello, le conseguenze rilevanti ai fini degli argomenti qui trattati, emergono solo in determinate condizioni di laboratori, dove si riesce a inibire l’accesso alle informazioni ad uno dei due emisferi cerebrali. Quando i due emisferi cerebrali come nel caso della sindrome da disconnessione interemisferica non riescono a comunicare tra di loro, e uno dei due emisferi ha delle informazioni che l’altro non ha, si assiste a degli eventi interessanti. Ad esempio (Bayens e Gazzaniga 2000), inibendo una parola come cucchiaio alla visione dell’emisfero sinistro (quello deputato alla produzione linguistica), il soggetto in questione riporterà di non aver visto nessuna parola, ma posto davanti ad una serie di oggetti, andrà a scegliere proprio il cucchiaio con la sua mano sinistra (comandata dall’emisfero destro, quello che ha ricevuto l’informazione). Lo split brain inoltre può dar luogo alla “teoria dell’interprete”, secondo cui nell’emisfero sinistro è presente una sorta di “macchina interpretativa” che dà spiegazioni confabulatorie (errate) ai propri comportamenti, quando non ha a disposizione informazioni pertinenti perché inibito nella comunicazione con l’emisfero destro, al quale è stata trasmessa l’informazione (Gazzaniga 1983). Altri esempi riportati in Marraffa e De Caro (2016), che gli scettici potrebbero portare per indicare come la coscienza (intesa nel senso di causazione e consapevolezza di sé) possa essere un’illusione sono: l’effetto posizione, che dimostra come la posizione di alcuni prodotti commerciali influenzi la scelta di questi, e come i soggetti influenzati spieghino tali scelte attraverso storie di comodo; l’effetto alone, ossia un bias cognitivo sull’influenza dei tratti personali, che porta a dare dei giudizi erronei sulla personalità degli individui presi in considerazione; il paradigma attore/osservatore in cui si danno resoconti sociali teorizzando erroneamente sull’effetto dei fattori portano al proprio giudizio; il paradigma della cecità di scelta, in cui attraverso lo scambio di alcune foto, si porta il soggetto a scegliere una persona diversa da quella vista, e a dare spiegazioni su tale scelta (in realtà non compiuta).

Gli esempi riportati, nella migliore delle ipotesi suggeriscono la presenza di almeno due “io”, che risiedono nei due emisferi cerebrali. Quando questi “io” sono armonizzati, emerge una uniformità che dà luogo alla sensazione di un “io” unitario, quando invece i due emisferi non riescono a sincronizzarsi, si riscontra una sorta di sdoppiamento della personalità dove i due “io” agiscono indipendentemente. Secondo Marraffa e Paternoster (2012) La coscienza unitaria anche se fosse una illusione, non può non essere presa in considerazione in relazione allo sviluppo di una qualsiasi teoria della mente, anche nel caso in cui la presenza di un capitano virtuale (l’”io”), messo al comando della macchina joyceana (la nostra mente) (Dennett 2001), sia una solo conseguenza fittizia della fissazione di coalizioni di contenuto che di volta in volta si avvicendano nella nostra mente, dando luogo ai vari “io” del momento. Riprendendo parzialmente i modelli della GWT e della GNWT, per Dennett la coscienza è formata da una molteplicità di “agenzie cognitive multipersonali” (multiple drafts), la competizione tra i vari “draft” (contenuti raggruppati secondo un tema comune) porta all’emersione del contenuto di coscienza secondo il diverso peso dei vari “draft”: in poche parole vince la coalizione più forte, non c’è un centro che decide quale contenuto far emergere prediligendo discrezionalmente l’uno piuttosto che l’altro. La forza di questi contenuti non dipende dalla loro “sede” spaziale o dal loro “formato”, ma dalla capacità di influenzare gli altri contenuti rafforzando così la propria coalizione. Il “comandante virtuale” unitario così non ha il ruolo di “decisore”, ma prende semplicemente atto del risultato della competizione tra diversi “schieramenti” appena descritta.

Uno dei risvolti plausibili da questa analisi è quella di una teoria narrativista dell’io, in cui l’io dell’esperienza umana che porta all’autocoscienza secondo Dennett (1991), è un prodotto del linguaggio scaturente dai processi di quella che lui definisce una sorta di macchina “neumanniana” e non da un sistema biologico. La programmazione di questa macchina che porta all’emergere dell’autocoscienza in questa visione è quindi linguistica, e avviene attraverso comportamenti appresi che riprogrammano (linguisticamente) il nostro cervello biologico, producendo i mutui soliloqui o quella confabulazione non clinica interiore. Secondo il filosofo statunitense, la verbalizzazione interna e il flusso narrativo non solo ci caratterizza, ma a partire dagli ominidi fino ai giorni nostri ha contribuito e contribuisce a creare i nostri sé, estendendo i confini biologici fino al raggiungimento di una autocoscienza sotto forma di significatività dell’esperienza di vita. In quest’ottica il linguaggio ha un ruolo predominante, le storie sono un prodotto e producono noi stessi, l’io viene visto da Dennett come un “centro di gravità narrativa” in grado di definire l’io narrativo, un luogo astratto e dinamico dove vengono attratte e si incontrano le narrazioni di sé che il soggetto autoproduce, e quelle che altri producono su di lui (Di Francesco e Marraffa 2009).

La “scomparsa” di una coscienza unitaria, può aprire la strada a diversi sviluppi nel campo di studio della scienza cognitiva. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale nello specifico, la possibilità che il nostro “io” sia frammentabile, programmabile attraverso storie e come si vedrà in seguito, riducibile a meccanismi fisici (risolvendo l’hard problem), può dar luogo alla speranza di creare un algoritmo artificiale definibile secondo questi parametri come cosciente, in grado di prendere decisioni e quindi di conseguenza di assumersene la relativa responsabilità.

A.A.

Agorà Terminillo

Dopo l’incontro di domenica 17 settembre 2017 a Pian de Valli, tra il Comune di Rieti e gli operatori, i turisti, ed i residenti, è chiaro che la nuova amministrazione intende aprire le proprie porte alle richieste del Terminillo e non a quelle dei terminillesi. La differenza è sottile, e dopo averci riflettuto sopra, posso credere che sia l’atto più efficace per testare la coesione della comunità. Viene posta una condizione, un’evoluzione dello stato attuale delle cose, ed una chiamata alla maturità: prima di venire da “Noi”, mettetevi d’accordo tra di “Voi”, associatevi (o meglio riassociatevi), e date al Comune un’interfaccia con cui parlare.


L’escamotage politica è evidente, ed è tesa a rimarcare la differenza con la precedente amministrazione, a prescindere dal programma elettorale e dai voti, non si dà ai terminillesi un delegato da poter crocifiggere in pubblica piazza, ma li si chiama ad un atto di crescita e responsabilità, rimandando la figura del direttore di stazione ad un futuro “Consorzio 2.0”.
C’è da dire che una scelta di questo tipo è, per alcuni versi, molto comoda per il Comune: non si sacrifica nessuno (per come stanno le cose oggi chiunque si deleghi ufficialmente al Terminillo, verrebbe bruciato politicamente); non si scontenta nessuno (tanti i candidati dello schieramento di destra con un programma sul Terminillo e sul turismo); e rimandando la palla nelle mani della popolazione, si scongiura il rischio dei favoritismi personali (hanno messo quello, e ha fatto quella cosa solo perché è amico di quell’altro).


Il Comune quindi si è dotato di un paracadute è vero, ma si è anche reso disponibile a salire sull’aereo, ed un grande aereo per partire non ha bisogno solo del singolo pilota ma di una squadra.
È qui che entriamo in gioco NOI; noi intesi come comunità, come famiglia, come la ricerca di uno scopo sovraordinato, di un destino comune. L’appello che faccio attraverso questa lettera non è quello di sotterrare l’ascia da guerra, ma quello di usarla prima o dopo essersi interfacciati con il comune, e non durante. Vedersi, incontrarsi, litigare, vomitare tutto quello che si ha dentro, e dopo andare avanti unitamente. La discussione pubblica, il dibattito fin dai tempi dell’antica Grecia, è uno degli elementi fondanti per la crescita politica e democratica di una città, e come nell’antichità, l’ammissione al dibattito deve essere riservato solo ad un determinato tipo di persone, ovvero gli appartenenti alla comunità. Le discriminanti che se potessi sceglierei per garantire l’accesso ad una riunione riguardante il Terminillo perciò, non sono solo il passato o il presente, ma anche e soprattutto il futuro: se si deve parlare del futuro del Terminillo, è giusto che oltre a chi c’era ieri e chi c’è oggi, ad avere peso sia anche e soprattutto chi ha intenzione di esserci domani, con le idee e la speranza verso il futuro, e non solo con il rancore ed i ricordi del passato.

A prescindere dall’elezione della nuova Pro loco, che è stata indicata più volte nel corso della sopracitata riunione come uno strumento dalla forma ideale per veicolare gli interessi turistici del Terminillo presso il Comune di Rieti, organizziamo un incontro, ed iniziamo a buttare via un po’ di veleno. Fino ad oggi ci sono stati scontri prevalentemente a distanza, cerchiamo di trasformare il dissapore in confronto, e le divergenze in vedute più ampie, armonizzando e non contrapponendo le diverse virtù, in modo che siano utili alla causa comune. Facciamolo al più presto, ed anche se difficilmente si realizzerà una “Polis” a Pian de Valli, cerchiamo di far diventare l’agorà terminillese una costante e non un’eccezione.

A. A.

#Foodporn

Il romanticismo, le lunghe attese prima di poter assaporare finalmente il piacere, e l’intimità nella quale esso viene consumato sono “old”. Non conta quanto amore o quanta buona volontà abbia messo nella pratica, conta solo che il risultato sia bello, desiderabile, accenda fantasie irraggiungibili, e che sia condiviso. Il godimento istantaneo, racchiuso in uno scatto, in un’immagine che oscura tutta la fase dell’ideazione, del corteggiamento, e della preparazione, è di gran moda. Non sto parlando di sesso, anche se il desiderio e la pulsione scatenata sono molto simili, ma di una nuova forma di porno racchiuso sotto il tag #foodporn.

Secondo uno studio effettuato da Ypulse, il 63% delle persone in età compresa tra i 13 e i 32 anni, posta sul proprio profilo social la foto di ciò che sta mangiando, mentre il 57% di loro, informazioni riguardo il piatto che ha davanti. I “foodstagrammer” incarnano perfettamente questa filosofia, si tratta di utenti di Instagram, che postano foto dei piatti prima di assaporarli, sul proprio profilo. La condivisione e la glorificazione di un’istantanea sul cibo però, non è appannaggio esclusivo di Instagram, ma di tutti i social network, oltre che di blog, di riviste cartacee e dei media più datati come la TV. Secondo la Coldiretti italiana, una delle associazioni sulla difesa e l’autenticità dei prodotti alimentari, in uno dei più grandi paesi di buongustai, si tratta di un vero e proprio disturbo di natura ossessiva compulsiva.

Si può dare spazio a molte interpretazioni del fenomeno, le più valide secondo chi scrive, si muovono parallelamente alla metafora della sfera sessuale. Il cibo e il sesso, sono i due fattori principali che permettono la sopravvivenza della nostra specie. Gola e lussuria nell’immaginario collettivo, e nelle Sacre Scritture, sono due dei sette peccati capitali e il loro giro d’affari oltre che ad essere molto grande, ha molte similitudini. Come per il sesso, il marketing legato all’industria del cibo, fa leva sulle grandi star della TV e sul loro “Food Appeal”. Gordon Ramsay la nuova Kim Kardashian? Forse. Vorrei cucinare come lui, vorrei fare un piatto bello e buono come il suo, vorrei potermi permettere di andare al suo ristorante. Quando non ci riesco, posso andare in un ristorante in base alle mie disponibilità economiche, pagare quello che posso, per procurarmi quello che da solo non riesco a fare, per poi immortalarlo con il mio smartphone, cosicché gli altri possano vedere quanto io sia più fortunato di loro, quanto sia arrivato in alto sulla scala sociale, e sentirmi appagato. L’atto è stato consumato. Ovviamente non può mancare la sigaretta di fine rapporto, che in questo caso è incarnata dai filtri da applicare alla foto.

Il piatto postato con il classico #foodporn può essere lo specchio di discriminazioni sociali, proprio come accaduto in passato per la pornografia di tipo sessuale, in cui venivano proiettati i classici stereotipi per dare piacere ai desideri del tipico maschio bianco occidentale. I trend nel cibo in questo caso premiano, oltre che la bellezza, l’esoticità: più una pietanza è costosa, bella, e difficile da reperire, più alto sarà lo status sociale rispecchiato. La galassia dei siti sul foodporn inoltre, è divisa in categorie, in base a pulsioni “golose”, molto simili a quelle del corrispettivo sessuale: Asian per il sushi, Amateur per i piatti dei cuochi amatoriali, Hardcore principalmente per le gite fuori porta, Celebrities per i piatti delle persone famose, e cosi via.

Come per la pornografia di stampo sessuale, si finirà con il vedere i piatti come un esclusivo oggetto di piacere per un ego mai del tutto appagato? Forse siamo “semplicemente” di fronte al disturbo alimentare del nuovo millennio.

A.A.

INC Amsterdam University of Applied Sciences 19/04/2017

(Versione inglese)

destino Comune

Rieti ed i reatini si lasciano alle spalle queste elezioni amministrative 2017 con molti strascichi polemici. Non voglio ritornare in questa sede sul livello della campagna elettorale, e non ho alcuna intenzione di approfondire la sportività della squadra perdente o di quella vincente in relazione ai rispettivi ruoli. Quello di cui abbiamo bisogno ora, come città e come cittadini, secondo me (secondo una mia opinione, che non è una verità assoluta) è trovare un “destino comune“.

Proverò quindi a spiegare brevemente, quello che in psicologia sociale, viene detto “scopo sovraordinato“. L’esperimento di seguito può essere, a mio avviso, facilmente interpretabile e sovrapponibile alla realtà politica e civile di Rieti, quindi mentre ne leggerete la descrizione, potrete fare i vostri parallelismi.

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Rieti DC

Il turno di ballottaggio si avvicina, e visto come sono andati gli eventi, mi pare doveroso fare un riassunto degli avvenimenti accaduti, ed esternare alcune mie riflessioni circa questa tornata elettorale.

Vorrei innanzitutto far presente a tutti i candidati sindaco (al ballottaggio e non), che Rieti per quanto bella e importante possa essere, non è Washington DC, e forse qualcuno confonde il Palazzo Comunale con la Casa Bianca. La campagna elettorale, per chi non lo avesse ancora capito, non è per la presidenza degli Stati Uniti, e i posti intorno al sindaco non sono quelli intorno al presidente Trump: non avremo nessun Capo di Stato Maggiore della Difesa, e nessun giudice della Corte Suprema. Mi chiedo quindi il motivo di questa sfrenata corsa alle poltrone, che  nemmeno i bambini dell’asilo quando giocano a “bussa orologio” fanno con così tanta enfasi.
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PRIVATE CITY


Il cittadino smart, deve essere libero di muoversi fisicamente e virtualmente nella propria città connessa. La conquista della libertà nello spazio fisico, è una prerogativa che prescinde dal concetto di Smart City, ma quando il fisico si sovrappone al virtuale, si è soggetti agli stessi rischi: la libertà (sia essa fisica o virtuale) rischia di essere appiattita e sminuita in una società in cui le scelte sono limitate alle offerte di prodotti che ci vengono proposti. Un senso simile di libertà, è affrontato da Marcuse nella sua opera “l’uomo ad una dimensione“, in cui il filosofo tedesco, tira in ballo direttamente la tecnologia, che sostituisce i veri bisogni umani creando alternative artificiose, racchiudendo e limitando così la scelta dell’uomo, in una sorta di democratica non-libertà. Quando la scelta, secondo Marcuse, viene democraticamente affidata alla collettività, ma quando ad essa non si danno gli strumenti per valutare in maniera indipendente le valide alternative, si sfocia nel conformismo, e in quella che il filosofo chiama “tolleranza repressiva”, cioè quando la libertà va a coincidere con il permissivismo.
La libertà nello spazio virtuale, nei servizi e nelle applicazioni quindi, non è scontata, va conquistata, e pensare di averla già ottenuta, è un errore che potremmo pagare a caro prezzo, anche discapito anche della nostra libertà “fisica”. Quello che sostiene Evgeny Morozov nel suo intervento all’Università di Rotterdam intitolato: “Smart City as the transition point for the private city“, è il rischio che la Smart City, faccia da ponte alla Private City. Con il nichilismo che lo contraddistingue, Morozov fa riflettere su come i dati prodotti da una Smart City, sulle nostre abitudini e i nostri gusti, possano servire ad alimentare i Big Data. In una visione del genere, la Smart City diventa una sorta di Facebook a cielo aperto, se il virtuale stenta ad entrare nel reale, sono i cittadini ad andare incontro a braccia aperte verso il virtuale, a diventare sempre più malleabili, influenzabili, riprogrammabili. È molto più difficile per un software aggirare i paletti imposti dai vincoli umani, che per un umano, adeguarsi ai limiti del software, e per Morozov, il rischio a cui sarebbero soggetti i cittadini in una Smart City, è proprio questo: essere loro ad adeguarsi alla tecnologia della città, e non la tecnologia a venire incontro ai reali bisogni delle persone. Per il sociologo bielorusso il centro connesso di una Smart City, potrebbe essere preda di una colonizzazione egemonica da parte dei colossi dell’ICT, un enorme centro di raccolta e rivendita di dati, in cui i cittadini ne sono le vittime e gli artefici. Morozov porta ad esempio applicazioni come AirB&B, che sotto il vessillo della “libertà di servizio” emarginerebbero i normali cittadini alle periferie urbane, poiché gli immobili in centro sarebbero prestati al servizio delle app, in nome della gratuità, della libertà e della facilità e dalla convenienza del servizio.
La guardia deve rimanere alta, e la consapevolezza circa lo sviluppo di una Smart City, non può e non deve risolversi banalmente ed esclusivamente in aspetti di natura tecnica, ma anche in riflessioni di natura teorica e filosofica.

Chi Ti Porta?

Pubblico solo ora un pezzo  che ho scritto venerdì 9 giugno 2017, due giorni prima della chiamata alle urne per il “rinnovo” del consiglio del Comune di Rieti. Mi scuso fin da ora perché il pezzo è incompleto, ma mentre finivo di scriverlo, mi sono accorto che era inutile terminarlo e pubblicarlo, e che non sarebbe cambiato nulla. Mi sbagliavo? Il dato sulle preferenze dei candidati consiglieri deve ancora uscire, ma sembra che per una volta ci abbia azzeccato:

 

Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono sempre i più belli. Sono i giorni che ti fanno capire perché le cose nella nostra città vanno male, e che danno un senso proprio alla ormai bistrattata democrazia rappresentativa. Queste poche righe non sono un “j’accuse”, sono uno sfogo, una fotografia (purtroppo ancora in bianco e nero) della nostra politica, e forse in fondo in fondo, sono una vana speranza che le malsane abitudini elettorali, tipiche di Rieti, possano ancora cambiare. 

Volevo chiudere questa mia esperienza elettorale, con un articolo sul bando (attenzione non sul progetto di Rieti) horizon 2020: un finanziamento del genere promosso da quella che dovrebbe essere la sinistra, e che a mio avviso, sta facendo vomitare nella tomba Marx, Marcuse, e Gramsci, nemmeno fossero andati tutti e tre insieme mangiare un sushi “all you can eat” con la direzione del PD.

Purtroppo però i miei ottimistici piani editoriali, sono andati a farsi  benedire dall’ultima fase della campagna elettorale: Rieti è ferma ancora alla prima repubblica, i voti, quelli “veri”, si ottengono con il vecchio sistema di “notabili”; non conta quanti anni tu abbia passato a studiare materie umanistiche, filosofiche e politiche, o quanto sia preparato nella tua professione, e subordinatamente a tutto ciò, quanto tu possa dare alla città. Ciò che fa la differenza,  è “chi ti porta” e/o il numero di mutuati su cui lo studio medico del quale sei il titolare può contare. Quindi alla luce di questa realtà, ho deciso di mettere in soffitta le “sovrastrutture”, ed in cantina la “pacificazione della città”, per dedicarmi ad un’affascinante disamina del “chi ti porta”.

Le candidature erano in genere quelle di “notabili”, che utilizzavano le loro reti di conoscenze e la loro capacità di mobilitare e di indirizzare gli elettori; se i candidati erano “ministeriali”, il prefetto assumeva un ruolo attivo, come i sindaci e i presidenti delle deputazioni provinciali per il candidato loro più vicino

Ballini P.L., Storie delle campagne elettorali in Italia, Bruno Mondadori, 2002, Milano

 

La situazione fotografata da Ballini nel suo saggio, è quella dell’Italia post unità, ma è attuale più che mai. I notabili, danno vita a quei fenomeni di “paternalismo-comunitario” , che De Sanctis descrive molto bene nel suo “Un viaggio elettorale”, tipici dell’ultima fase della campagna elettorale, e soprattutto del giorno stesso della chiamata alle urne. Si tratta di mettere in campo tutta una serie di atteggiamenti, e di forme di prevaricazione, volte a canalizzare il voto, da parte di chi ha in mano strumenti di “ricatto” (politico, morale, o economico). Più sono affilati questi strumenti, più preferenze si riusciranno ad ottenere. 

Qui è fondamentale ed entra nel vivo, il concetto di “chi ti porta”. All’inizio non capivo […]

 

Ricambio generazionale? Si ma al contrario. Politiche di sinistra? Si ma con il Rolex. La politica fa tutta schifo? Si ma voto il mio medico, perché mi può tornare utile. Rieti.

 

A.A.